Essere soli in compagnia di se stessi: la “buona solitudine”

“Sono da solo”… “Mi sento solo”… Apparentemente può sembrare che queste due affermazioni vogliano dire la stessa cosa… ma è davvero così? Secondo un’ottica psicologica c’è una sostanziale differenza tra il “sentirsi soli” e lo “stare da soli”.

Il “sentirsi soli” nasce da una condizione di malessere interiore legato a sentimenti di perdita e isolamento che, se non affrontato, può portare allo sviluppo di problematiche di diversa natura, prima fra tutte la depressione.

Lo “stare da soli”, invece, rappresenta uno stare in solitudine con se stessi in grado di sviluppare un dialogo interiore per acquisire maggior consapevolezza di sé.

Vivendo la nostra naturale e intima solitudine, ci diamo l’opportunità di conoscere e comprendere noi stessi, i nostri bisogni, le nostre emozioni, il nostro Sé.

Ma siamo davvero capaci di stare in solitudine? Dipende tutto da come si percepisce e dal significato che si dà alla solitudine.

Ogni essere umano è unico e solo: la solitudine è insita in ognuno di noi. Attribuendogli però un’accezione negativa o addirittura negandola, certamente si può vivere male la solitudine, rendendosi, quindi, incapaci di “stare da soli”. Quando, invece, si vive la solitudine come parte di sé, allora la si può apprezzare, amare, dandosi, in questo modo, l’opportunità di utilizzarla per conoscere meglio se stessi.

Certamente riuscire a cogliere nella solitudine un’opportunità non è così facile perché spesso la solitudine ci fa paura, abituati a pensare ad essa come ad una condizione negativa di malessere interiore, di chiusura verso l’esterno, di mancanza di relazione, di vuoto affettivo da colmare.

E’ importante sapere che esiste, invece, una forma di solitudine evolutiva che come diceva Winnicot, è necessaria per passare da una forma di dipendenza assoluta nella relazione con l’altro ad una forma di indipendenza nella quale l’individuo sano non si isola dall’ambiente, ma interagisce con esso in modo interdipendente. La maggior parte di noi fatica a cogliere la bellezza di questa forma di solitudine, condizione necessaria per entrare davvero in sintonia con il proprio Essere.

Non darsi tempo per “stare da soli” significa scappare da se stessi: spesso, è talmente tanto il timore di conoscersi intimamente entrando in contatto con le proprie emozioni e bisogni, che la sola idea di “stare da soli” diventa impossibile da sostenere. Questi sono i momenti in cui sembra più facile utilizzare la vicinanza degli altri per soffocare e reprimere la paura di noi stessi.

Quando questo succede ci affanniamo a riempire il nostro “stare da soli” impegnando tutto il nostro tempo in attività che non ci lascino neanche un secondo per rimanere soli con noi stessi, tentando, in questo modo, di allontanare il più possibile da noi ogni spazio che ci possa “costringere” a sentire la nostra solitudine. E per non entrare in contatto con la nostra intima solitudine, conoscerla, comprenderla, spesso riempiamo la nostra vita con legami affettivi non sani con il solo intento di cercare un riempitivo, avendo, quindi, un bisogno spasmodico dell’altro per sentirsi vivi. Legami di questo tipo non sono altro che relazioni di dipendenza affettiva, costruite con la speranza di non sentire la propria solitudine e che, contribuiscono, invece, a far nascere un senso di inadeguatezza e di vuoto che è proprio del “sentirsi soli”, ovvero della solitudine vissuta come vuoto affettivo, come malessere interiore.

Ma perché la solitudine ci fa così tanta paura? Perché stare da soli ci obbliga a fare i conti non solo con le nostre risorse, ma anche con le nostre fragilità, i nostri limiti e se non siamo disposti ad accettarli come parti integranti di noi stessi difficilmente riusciremo a trovare il tempo di prenderci un momento per ascoltarci nella nostra solitudine.

Ogni essere umano deve fare i conti con la propria solitudine, entrando in relazione con tutte quelle parti di sé più “indigeste”, quelle che non si vorrebbe mai ammettere di avere e da cui spesso si tenta di fuggire. Per arrivare a sentirsi liberi, consapevoli di ciò che si vuole e di ciò che davvero si è nel proprio profondo Essere, amando ogni singola parte di se stessi, è necessario conoscersi, mettersi in discussione, vivendo la propria intima solitudine come condizione essenziale per entrare in rapporto con se stessi, per conoscere i propri limiti, non vivendoli come un fallimento ma come una risorsa del proprio Sé.

“Stare da soli” non significa mancanza… al contrario significa completezza; se non si ha consapevolezza della propria pienezza e si percepisce la solitudine come vuoto allora ne si avrà necessariamente paura.

Paura di stare da soli con se stessi… Se ci pensiamo è paradossale perché l’unica persona che davvero ci sarà sempre in ogni momento della nostra esistenza e che non ci lascerà mai siamo proprio noi stessi… 

Certamente gli esseri umani sono fatti per condividere, ma per condividere veramente è necessario passare prima per l’accettazione di sé come esseri unici e soli. Per essere capaci di stare con gli altri e condividere bisogna stare bene prima di tutto soli con se stessi. Amando la propria intima solitudine ci si rende liberi di amare l’altro non più come antidoto alla solitudine, ma come altro da sé, come altro essere umano unico e solo. Non è sicuramente facile, ma è possibile e si può imparare.

Si può imparare che non serve “tappare i buchi” e che si può vivere la solitudine come parte integrante del proprio essere… Allora ci si renderà capaci di fermarsi, prendendosi tempo per se stessi, senza l’urgenza di dover correre ai ripari, di dover cercare compagnia a tutti i costi, di dover occupare il tempo per non sentirsi, per non ascoltarsi, per non viversi… 

Perché, chi sa amarsi non è mai solo…

 

“La solitudine non è mica una follia; è indispensabile per star bene in compagnia”

(Giorgio Gaber)

 

Author Info

Simona Baiocco

Simona Baiocco

Psicologa Clinica e di Comunità, Psicoterapeuta ad indirizzo Strategico Integrato (Adulti – Adolescenti – Coppie – Gruppo) – Iscr. Albo Psicologi Lazio n. 14455